Canovaccio per una mozione congressuale

Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, che ospita la sede del Partito Socialista.

Al Congresso nazionale del 20 e 21 giugno prossimi, i socialisti si presentano orgogliosi di costituire il Partito socialista e, nello stesso tempo, delusi per non avere eletto alcuna rappresentanza parlamentare. Dopo anni di diaspora, si ritroveranno nella casa comune. Sciolto il Psi, è iniziato un processo di divisione e di esodo a destra e a sinistra, durato circa quindici anni.

La tanto desiderata unità si è ricomposta, e non del tutto ancora, solo quando ha preso l’abbrivio la Costituente (14 luglio 2007). Senza ombra di dubbio, il merito di avere avviato la Costituente spetta a Enrico Boselli e a Gianni De Michelis. Entrambi hanno fatto il possibile e l’impossibile affinché si realizzasse il sogno unitario e la costruzione della casa comune socialista.

Per questo li ringraziamo, per aver sostenuto lealmente la battaglia per l’unità, così come siamo grati a Gavino Angius , Valdo Spini e ai tanti dirigenti e militanti provenienti dagli ex Ds, che hanno lasciato il partito dove hanno militato per decenni, per dare vita alla Costituente prima, e al Partito socialista poi. La loro è stata una libera scelta sotto il segno del socialismo, rifiutando l’ingresso nel Pd, partito chiaramente portato a guardare, sotto la guida di Walter Veltroni, più verso il centro che al socialismo.

L’assenza dei socialisti dal Parlamento è un fatto inedito e tragico, che deve essere letta come un evento storico. Perché storico è il Partito socialista, presente da ben centosedici anni sulla scena politica italiana. Dall’avvento del fascismo non accadeva un misfatto simile, ma, grazie alla politica del Pd di Walter Veltroni, la tragedia si è ripetuta. Ed è una tragedia, perché il Parlamento sarà mutilato di una parte politica significativa, che ha segnato la storia dell’Italia. E’ vero che la semplificazione partitica riduce i costi della politica (la qual cosa però è ancora tutta da vedere), ma è vero pure che ha creato un vulnus insanabile nella democrazia parlamentare. Per le qualità intrinseche nella loro cultura politica, i socialisti sono stati un perno democratico e di governo e, nello stesso tempo, fattore di garanzia e di libertà.

L’ex Npsi ha pagato il prezzo della scissione a destra e nell’ex Sdi c’è stata una fuoruscita di dirigenti verso il Partito democratico. Le cause che hanno determinato l’esclusione del Ps sono da ricercare nell’appoggio leale, ma alla lunga svantaggioso, dato al governo Prodi e alla politica del Pd di Walter Veltroni, incentrata sulla scelta di “correre da solo”, smentita, in seguito, quando ha stretto l’alleanza con Antonio Di Pietro, (espressione del giustizialismo nonché dell’antipolitica per eccellenza), il quale ha, in modo clamoroso, disatteso l’accordo di confluire nel Pd e, nel contempo, ha acquistato la sua autonomia.

Lo 0,9% del Partito socialista, la mancata rappresentanza della Sinistra arcobaleno con il 3,1%, il 33,1 del Pd, sono dati amari, che dovrebbero far pensare seriamente tutta la sinistra italiana, quella riformista e quella massimalista.

Al dunque, il leader del Pd scelse l’Italia dei Valori, come partner al posto del Partito socialista e di qui, la discesa in campo con una propria lista autonoma, con Enrico Boselli, candidato alla premiership.

Walter Veltroni, (il teorico dell’autosufficienza, ossia della vocazione maggioritaria del Pd), ha sventolato questo argomento in campagna elettorale. Altrettanto ha fatto il Pdl di Silvio Berlusconi. Entrambi i leader politici hanno stretto un’intesa per eliminare dalla faccia della terrà i partiti più piccoli e spartirsi il bottino dei voti.

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Secondo la vulgata, la bandiera del voto utile, è stata issata contro il frazionamento del sistema partitico e sta di fatto che gli elettori ci hanno creduto, penalizzando i partiti piccoli. Il che ha dato la stura al passaggio dal bipolarismo bastardo al bipartitismo imperfetto, sulla base di un accordo tra

Berlusconi e Veltroni, sponsorizzato dai mass media e dai poteri forti, senza l’approvazione di un provvedimento parlamentare ad hoc.

Il Ps è stato la vittima designata, vuoi per la sua natura riformista vuoi per essere socio fondatore del Partito socialista europeo e per la sua appartenenza all’Internazionale socialista. Un patrimonio, questo, che il Pd vorrebbe, costi quel che costi, strappargli senza una spiegazione plausibile. Che uso ne farebbe? Questo è un punto di domanda su cui Veltroni non sa ancora dare una risposta.

Il mancato apparentamento con il Ps manifesta la presunzione del Pd di voler rappresentare anche il socialismo. Ma questo non può essere perché il Pd rappresenta una sorta di suk delle idee e una fiera delle vanità.

Il Pd può essere riformista e nulla quaestio; ma non per questo può appropriarsi della cultura socialista e riformista. Alcuni ex dirigenti socialisti ci hanno creduto, ma questo non fa testo. Il problema che avrà il Pd alle prossime elezioni europee sarà drammatico: dove si collocherà al Parlamento di Strasburgo? Nel Pse? Gli ex Popolari saranno d’accordo di morire socialdemocratici? E poi, coloro che si sentono, veramente, di far parte della famiglia socialista sono pronti a cambiarla e schierarsi diversamente?

Sono interrogativi a cui i vertici del Pd dovranno rispondere.

E’ tutto da vedere se i partiti socialisti europei sono disponibili a cambiare denominazione, aggiungendo accanto al Pse, per esempio, la sigla del Partito democratico o qualcosa di simile, come vorrebbero gli esponenti del Pd.

Il Ps dovrà attrezzarsi per essere pronto all’appuntamento europeo evitando equivoci, mettendo in chiaro che non si può contrabbandare un’appartenenza a un’ idea. Finora, gli ex Ds ci sono riusciti molto bene. Hanno affermato di essere socialisti in Europa, ma, come visto, in Italia, hanno fatto e detto altro.

Così come all’interno del Partito socialista, alcuni dirigenti, proponendo un confronto con la Sinistra democratica di Mussi e Salvi e, di pari passo, anche con Rifondazione comunista, devono tener presente che le ammucchiate sono fallimentari, perché non hanno il medesimo comune denominatore culturale e politico. Si è visto come sono andate le cose nella Sinistra arcobaleno, il raggruppamento che abbracciava i comunisti puri e duri, i neo comunisti lindi e pinti, gli ex comunisti apostati e i Verdi inquinatori, paradossalmente. Beninteso, i confronti non si negano a nessuno, ma bisogna vedere su quale terreno. Ognuna di queste forze non guarda al socialismo, ad eccezione della Sinistra democratica, visto che nella costellazione europea hanno varie collocazioni. Fausto Bertinotti è il leader della Sinistra europea cui fanno capo partiti di estrema sinistra. Per esempio.

A ben vedere, il paradosso è proprio la formazione Sd: Mussi e Salvi sono andati via dai Ds al congresso di Firenze, contrari a confluire nel Pd e favorevoli all’idea socialista. Epperò, la scelta elettorale non è stata socialista, bensì quella della Sinistra arcobaleno.

Le dure repliche della storia ci portano a dire che tra riformisti e massimalisti non c’è unità di intenti e, quindi, di alcun genere. Basterebbe vedere che fine ha fatto l’esperienza del governo dell’Unione di Romano Prodi per rendersi conto che è un rapporto che porta dritti dritti all’insuccesso. Non si governa assieme, come visto. E poi, il Ps della tradizione liberalsocialista, come potrebbe allearsi con il residuato comunista, quando questo passo non lo fece ai tempi del Pci? Di fatto, il Psi prese le distanze all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso dal Pci, sposando l’autonomia socialista, prodromo di una politica che lo portò al governo di centrosinistra, quello storico per intenderci.

La via maestra per queste forze, travolte dal crollo del comunismo, è il Partito socialista, partner del Pse e dell’Internazionale socialista; altre scelte sono da scongiurare, essendo fuori della storia.

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Non possiamo non vedere che viviamo nel periodo più difficile della storia della sinistra italiana ed europea. Il vento di destra sta soffiando violentemente e solo il socialista spagnolo Zapatero non ha ceduto. Qui si pone il problema che la sinistra è in crisi e se non riuscirà a rinnovarsi come idee, organizzazione e classe politica, perirà. ” Socialismo o barbarie”, sarà ancora il dilemma dei popoli.

Una delle partite più importanti si giocherà sull’innovazione, un termine che la destra fa proprio, affermando persino che la “destra è sinonimo di innovazione”. Secondo la quale, la sinistra ha una concezione arretrata sul mercato del lavoro, sulla sicurezza e sull’immigrazione.

La sinistra, se non riuscirà a liberarsi dal ciarpame ideologico e dall’egualitarismo sessantottesco che ha prodotto soltanto danni, mortificando la meritocrazia e penalizzando la “qualità nei servizi universali” prodotta solo e soltanto dalla concorrenza, sarà travolta da una destra tecnocratica e normalizzatrice.

In Italia, il Ps esce da una sconfitta elettorale catastrofica, le cui cause andranno indagate in profondità. Davanti al rullo compressore del bipartitismo coatto, le sole forze che si sono salvate - Lega, Italia dei Valori e Udc - lo hanno potuto fare grazie a un profilo identitario ben preciso e con simboli storicamente riconosciuti dall’elettorato. Il Ps, indipendentemente dalla generosità della Costituente, è apparso, viceversa, un magma informe e un balbettio confuso, con i mass media nazionali scritti e parlati che l’hanno ignorato volutamente. Per avere un po’ di spazio nella Rai Tv si è dovuto improvvisare una manifestazione di protesta. Di fatto, i socialisti sono stati ignorati per non disturbatore il manovratore Pd. Proprio all’interno del Loft è stato aperto un dibattito che è difficile prevedere che piega prenderà. Sulla crisi scaturita dalla sconfitta elettorale si sta dibattendo, mentre nulla si dice sul gruppo dirigente di cui Walter Veltroni è il leader che ha portato all’insuccesso. Buon gusto politico vorrebbe le dimissioni del vertice Pd. Insomma, squadra che perde non resta, bensì dovrebbe dimettersi. Nel Pd, dunque, la dialettica politica sta prendendo il volo. Da una parte, Walter Veltroni impegnato sul partito a vocazione maggioritaria, dall’altra Massimo D’Alema che propone il ritorno alla coalizione. Due posizioni politiche contrastanti tra loro che stanno dando la stura a uno scontro, salutare per la sinistra, perché la farebbe uscire dal solito politicismo. La sinistra è in piena crisi organica di fronte ai cambiamenti epocali, tuttavia, da quello che stiamo vedendo, non ha gli strumenti adatti per superarla. Per questo, rincorre la destra più strumentata e strutturata; tuttavia, non è la sua via naturale e ciò pone la domanda:” What is left?’”.

Il Pd e quel che resta della sinistra in generale avrebbero bisogno di una lunga riflessione sulla natura della crisi per capire dove andrà. Per farlo, deve produrre nuova cultura politica. Ma con le scorciatoie non si va da alcuna parte, anzi, si sbaglia strada entrando nella corsia di destra. Per tentare di controllare la realtà sociale si fa ricorso al populismo e questo atteggiamento politico di esaltazione velleitaria e demagogica delle masse popolari non porta bene, se vogliamo costruire una sinistra a misura dei tempi.

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Il voyeurismo web di Visco, la pubblicazione online dei redditi degli italiani per intenderci, e le “forzature” nella applicazione della legge 140, a tempo scaduto, dell’ex ministra Turco, sono due esempi di una sinistra populista che non ha intenzioni di superare la sua crisi.

Abbiamo pagato i due anni di governo Prodi e, di conseguenza, sono state deluse le aspettative. Di fronte a ciò, non abbiamo avuto la forza di prendere le distanze, uscendo dalla maggioranza in via di dissoluzione. Lo abbiamo difeso, viceversa, fino all’ultimo e questo è stato pagato caramente. L’assurdo è che per farlo sopravvivere a tutti i costi, abbiamo proposto anche il rimpasto dal sapore di Prima repubblica, quando l’Unione perdeva pezzi. Non tenendo conto, peraltro, che il governo Prodi nacque sulla base non di una vittoria elettorale, ma di un sostanziale pareggio: poco più di 20 mila voti all’Unione alla Camera, e 250 mila voti in più alla Casa della libertà al Senato. Sarebbe stato più opportuno che all’inizio della passata Legislatura si fosse pensato ad altro, e men che meno l’Unione si sarebbe dovuta chiudere nella logica esiziale dell’autosufficienza. Senz’altro, sarebbe stato giusto puntare a una operazione che avesse tirato dentro la Cdl, per governare l’emergenza Paese. Dopodiché, a tempi migliori, si sarebbero potute svolgere le elezioni anticipate. Di certo, senza la costituzione di un governo, in cui la destra fosse coinvolta in prima persona, Berlusconi non avrebbe accettato altre soluzioni. Al primo punto dell’ordine del giorno si sarebbero dovute mettere le regole istituzionali ed elettorali e, nel contempo, il varo delle riforme di struttura, di cui il sistema Italia ha bisogno da troppi anni. Il presidente del Consiglio uscente ha, invece, cincischiato con il “riformismo tecnocratico” di stampo- secondo noi- ex Iri e Bce, impregnato di rigore e privo di consenso.

Il quadro fallimentare si è visto, chiaramente, quando, dopo alcuni mesi di vita del governo Prodi, si è passati alla privatizzazione del 49% di Alitalia. Per due volte il governo ha bandito le gare: la prima, pubblica, è andata deserta per via dei concorrenti, restati impressionati dai troppi paletti pro sindacato messi nel bando. Pure la seconda è fallita per il ritiro dell’Air France – Klm davanti al fronte politico e sindacale. Alla luce dei fatti, Berlusconi ci ha messo del suo, presentandosi nelle vesti del cavaliere bianco e sbandierando l’italianità. Per due anni, Prodi ha avuto tra le mani il caso della compagnia nazionale, senza risolvere alcunché e, tra l’altro, bruciandosele. Non è stata la prima volta, è successo anche nel corso della vicenda Telecom Italia, quando il suo amico e collaboratore Angelo Rovati formulò una proposta “irizzata” per salvare l’azienda telefonica nelle mani di Marco Tronchetti Provera. Da un governo in cui i massimalisti hanno avuto voce in capitolo, non c’era da aspettarsi molto. La confusione e le divisioni, che finivano, in alcune occasioni, in rissa tra i ministri, tra partiti e all’interno di questi, erano giornaliere. Perlopiù, lo scontro si è manifestato sulle sofferenze sociali del tipo “lacrime e sangue” della gente che non riesce ad arrivare alla fine del mese per il caro vita e la pressione fiscale.

Nell’immaginario popolare, i socialisti hanno fatto la guardia al bidone del governo e, nel contempo, si sono confusi, maldestramente, con il prodismo senza più Prodi, non foss’altro che Prodi aveva altro a cui pensare. Per la nostra natura riformista, avremmo dovuto spingere all’angolo, da un lato, i massimalisti, lanciando la sfida sull’innovazione e sulla modernizzazione del sistema Italia, dall’altro, la componente tecnocratica troppo impegnata a far quadrare i conti pubblici a danno dei lavoratori in carne e ossa. Non è tutto. L’errore politico imperdonabile è stato compiuto quando a testa in giù abbiamo consumato il fiato contro Veltroni. Insomma, a favore di Prodi che non c’era più niente e contro Veltroni, che aveva le chiavi dell’apparentamento tra Pd e Ps, la Costituente socialista (Cs) si è chiusa a riccio difendendo ciò che era indifendibile. E comunque, il suo gruppo dirigente si è dimostrato non all’altezza della crisi, restando isolato e incartato, perdendo, suo malgrado, il rapporto con il proprio elettorato naturale. La nicchia (omosessuali, anticlericali, arrabbiati vari, etc…) a cui si è rivolto, doveva senz’altro essere messa ai primi punti del programma elettorale, ma non potevano essere quelli privilegiati (alla lunga

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abbiamo visto che i referenti, a cui ci siamo rivolti, non hanno neppure votato il Ps), rispetto a questioni economiche, sociali, civili e culturali più gravi. Il disastro elettorale era inevitabile. Come è stato detto è stata una sconfitta annunciata. Il programma elettorale non poteva non avere come punto prioritario i diritti sociali, a cominciare dal lavoro, coniugati con i diritti individuali. Fatto sta che il gruppo dirigente di Piazza San Lorenzo in Lucina è sembrato lontano mille miglia dal disagio sociale presente in lungo e in largo per il Paese. Doveva puntare soprattutto sul mondo del lavoro e sui suoi problemi gravati, in questo periodo, dalla disoccupazione di diplomati e laureati e dalle quotidiane morti bianche, sulla sicurezza nelle città, sulle paure di regressione del ceto medio, sulla difficile integrazione degli immigrati, sulla condizione della donna, sulla questione giovanile legata a fenomeni inediti come il bullismo e lo sballo, sull’espansione del mondo degli anziani, sulle carenze del sistema sanitario, sui ritardi infrastrutturali, sullo sviluppo del Paese e sull’arretratezza del Mezzogiorno.

Il Ps avrebbe dovuto avere la forza di parlare agli italiani e rigettare le posizioni di nicchia, che l’hanno penalizzato sotto l’aspetto politico ed elettorale. Peraltro, si è rivolto a categorie specifiche e altamente minoritarie che sono referenti importanti; comunque, non si sarebbe dovuto abbandonare l’alveo sociale della tradizione del socialismo italiano. Tuttavia, è stato sbagliato sottoporre la base militante ed elettorale a continui stress identitari e a proposte, in alcuni casi, fuorvianti, lontane dalla cultura politica socialista del recente passato. A tutto ciò si aggiunge sia il vuoto organizzativo sia la formazione di liste in chiave autoreferenziale. Va da sé che le liste così come sono state compilate non rappresentavano alcuna novità agli occhi degli elettori. Anzi. Un altro effetto avrebbero avuto se fossero state aperte, puntando sul rinnovamento, quindi, su nuovi candidati. Comunque, il Ps avrebbe dovuto scommettere su questo lato, mentre lo ha fatto solo e soltanto su quello della proposta elettorale risultata, alla fin fine, fallimentare; sicché, ha ignorato il vento di destra che soffiava in Europa. Vero è che spetterà al prossimo Congresso superare questi handicap e questi modi di essere e di proporsi. Certamente, la forma partito dovrà essere rivista, puntando alla costruzione di un soggetto regionale fortemente radicato e con una autonomia organizzativa e decisionale. La forma partito federativa e le alleanze a geometria variabile potrebbero essere le linee guida del prossimo Partito socialista.

Con il senno del poi, si sono riempite le fosse. Questo non significa scagionare dalle colpe chi ha avuto la responsabilità della campagna elettorale: dalla comunicazione alla organizzazione alla formazione delle liste. Il resto del gruppo dirigente della Cs ha contato un ette, dato che molte decisioni sono state prese in solitudine, senza il suo coinvolgimento. Questo è accaduto tanto nella Cs quanto nella Fgs, dove la politica giovanile non si è fatta per nulla, nonostante la gravità della questione. Nella sua ottica, il problema era un altro, tutto incentrato nella istanza di che cosa il gruppo dirigente avrebbe fatto da grande. Avrebbero dovuto farsi l’autocritica prima di presentare la mozione congressuale:” Rinnovarsi o perire”. Di certo non è farina del proprio sacco, ma per come hanno operato in questi mesi, il “perire” sarebbe certo con loro.

Nel Ps, il mancato coinvolgimento di tutti, dal vertice alla base, ha creato malumori e poca passione e impegno durante la campagna elettorale. La Cs sarebbe dovuta essere degli eguali, ossia nessuno doveva cooptare nessuno, invece, la si è voluta interpretare in modo minimalista e riduttivo. Sicché, è venuta fuori una cosa priva di corpo e testa. Per via della campagna elettorale, alcuni rappresentanti della Cs hanno smussato ogni spigolo polemico, per carità di patria. Tutti i problemi sono rimasti in piedi e sono temi di dibattito congressuale. Ad ogni buon conto, la Cs per come si è mossa, dal 14 luglio alla Conferenza programmatica di autunno in poi, non c’era molto da aspettarsi. Il fallimento era scontato. A ragion veduta, l’intera operazione politica si è inabissata nel mare, diciamo così, della mediocrità, trascinandosi dietro la sconfitta elettorale. Adesso, in fretta e furia, i socialisti devono elaborare il lutto e pensare al futuro immediato.

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Il Congresso di fine giugno sarà l’occasione per rinnovare il partito nella continuità e su questo presupposto primario deve costituirsi un gruppo dirigente all’altezza del compito: una missione tuttavia impossibile, se svolgessimo l’assise regolata a seconda dei rapporti di forza scaturiti dai pacchetti di tessere. Nel caso fosse il contrario, ossia una missione possibile, cosa per la quale noi ci battiamo, la politica con la P maiuscola dovrà essere il nadir e il rilancio della questione socialista dovrà essere lo zenit, in un Paese, dove c’è un deficit di riformismo, per varie vicende storiche. Sta di fatto che le chiese, cattolica e comunista, l’hanno sempre combattuto, per questo abbiamo un Paese sotto molti punti di vista arretrato. Come nel 1976, dopo la sconfitta elettorale in cui il Psi di De Martino toccò la percentuale più bassa della sua storia, 9,6%, si ritorna al “Primum vivere”. Stavolta, però, in maniera tragica, per avere acquisito solo lo 0,9% e, di conseguenza, per non essere presenti con un gruppo socialista in Parlamento. “Primum vivere”, quindi. Dalla voglia matta di lottare e di non arrenderci bisogna partire, tenendo presente che è necessario un processo di discontinuità, lungi dal gattopardismo. Un pericolo reale che bisogna evitare.

Che cos’è il socialismo europeo

Non basta l’adesione comune al cosiddetto socialismo europeo per fondare un soggetto politico in Italia. Tanto più quando i socialisti europei dichiarano apertamente la loro sostanziale indifferenza rispetto al nostro progetto e richiamano, come è avvenuto a pochi giorni delle elezioni, la necessità di sconfiggere Berlusconi e di appoggiare Veltroni. Se loro stessi vogliono essere contaminati e in molti affermano il loro interesse per il progetto teso superare il carattere esclusivamente socialista del partito europeo, perché dobbiamo diventare integralisti noi? Il primo a parlare del cambio del nome dell’Internazionale socialista in Internazionale democratica fu Bettino Craxi. Il leader socialista italiano era però preoccupato di una caratterizzazione esclusivamente europea dell’Internazionale, aveva già ottenuto l’adesione di alcuni partiti africani, si prodigava a fare entrare in essa anche movimenti e partiti americani, sudamericani e del terzo mondo. Naturalmente Craxi lo faceva non per esaltare l’anomalia italiana, ma per cogliere la diversificazione e l’articolazione di un più vasto movimento progressista. Non pensava certo a esaltare la perdurante differenza politica dell’Italia rispetto all’Europa, che invece riteneva dovesse essere superata con l’unità socialista. Il Partito democratico, invece, continua a proporsi come anomalia nel tessuto europeo e in qualche misura come trasformazione del vecchio fattore K (la presenza del più forte Partito comunista d’Occidente) in un fattore D (la presenza dell’unico Partito democratico d’Europa). Questo è avvenuto anche per evitare di fare i conti con le ragioni dei socialisti italiani e si è trasformato in un percorso a zig a zag, che ha contemplato l’individuazione di quattro nuovi nomi e di quattro nuovi simboli a partire dal 1989 per coloro che provenivano dalla tradizione comunista italiana. Peraltro l’anomalia italiana rispetto ai paesi dell’Europa occidentale non è nuova anche per altri versi. Nel passato solo in Italia esisteva una forza socialista minore, e un partito perennemente al potere senza possibilità di alternanza. Il legame stretto tra egemonia comunista della sinistra e consolidamento del potere democristiano è stata la caratteristica del sistema politico italiano, definito bloccato, fino al 1994. Solo il crollo del 1992-94 ha aperto la strada all’eliminazione di quasi tutti i partiti precedenti e ha avviato la confusa fase dell’alternanza. Un’alternanza che in Italia, e anche questa è anomalia rispetto all’Europa, si è fondata su coalizioni di partiti disomogenei e uniti solo dalla possibilità di vincere le elezioni, da leggi elettorali diverse tra livelli diversi e per di più variate nel corso degli ultimi anni. Si è creato un bipolarismo dannoso per il Paese, incapace di governare con successo, tanto che, oltre alle crisi del 1994 e del 1998, si verificata una sorta di alternanza di legislatura. Sempre le forze coalizzate come opposizione hanno battuto le coalizioni di governo. Il Paese senza alternanza ha conosciuto così gli anni dell’alternanza come rigetto periodico dei governi. L’Italia era e rimane un Paese profondamente anomalo rispetto agli altri paesi europei, sulle leggi di libertà, di laicità, sul tasso di sviluppo che cresce assai di meno, sulla giustizia e la separazione delle carriere dei magistrati, sul regime fiscale previdenziale, sulla spesa sociale per i giovani disoccupati e precari. Ma anche i socialisti europei che pure hanno elaborato un testo comune sulla cosiddetta “Flex security” hanno manifestato comportamenti non uniformi su grandi temi come la guerra in Iraq, il tema delle scuola, le questioni che attengono la laicità. Sulle prime Tony Blair ha sviluppato una linea filo-occidentale e capace di superare vecchi steccati nel campo dell’educazione, sul terzo tema Zapatero ha voluto combinare la tradizione socialista con una avanzata legislazione aperta a tutelare i diritti di tutti, nonostante contrarietà e veti, e sapendo poi ugualmente o magari proprio alla luce della sua intransigenza e del suo coraggio anche per ciò che attiene le riforme economiche, rivincere le elezioni politiche. Il richiamo al socialismo che la Rosa nel pugno aveva fatto era assai più preciso. Il richiamo appunto non già al generico socialismo europeo, ma al socialismo europeo rinnovato, capace di contaminarsi e di diventare socialismo liberale, di Tony Blair di Zapatero, era assai più affascinante di un generico richiamo al socialismo europeo tout court. E consentiva di incalzare criticamente il Partito democratico non in nome di un errato concetto di socialismo che finisce per sconfinare nell’integralismo, ma perché quel partito non era sufficientemente avanzato, rinnovato, contaminato. Non già perché lo era. Il difetto sta nell’assenza di capacità revisionistica che spesso sconfina nella più assoluta confusione di valori e di metodi, non già nella sua volontà di rivedere concetti e idee del passato. Questo concetto va rapportato al valore della storia recente del socialismo italiano e alla sua grande capacità revisionistica e innovatrice.

Che cosa è stato il socialismo italiano

Si è avuta netta l’impressione che lo stesso nome Ps (e poi Pse) e non Psi, nonché la scelta della rosa e non del garofano, volesse segnare una discontinuità con la storia socialista italiana. E naturalmente soprattutto con quella del socialismo di Bettino Craxi, che mai è stato richiamato nelle conferenze di fondazione e programmatica, né nei video del partito. A parte gli errori e i difetti di quella storia va invece ricordato che l’unica versione oggi moderna del socialismo, in questo precedente e funzionale a quella di Tony Blair, è costituita proprio dal cosiddetto nuovo corso socialista iniziato nel luglio del 1976. Tutto lo sviluppo del pensiero e della azione dei socialisti italiani di quegli anni è stato caratterizzato, da un lato, dalla propensione a capire i mutamenti della società italiana senza vecchie barriere ideologiche e, dall’altro, dal fornire risposte innovative e non dogmatiche o declamatorie per ampliare diritti e risolvere bisogni. Le anticipazioni sui temi delle nuove povertà e del merito, della riforma istituzionale, del dialogo e della compenetrazione del socialismo e del liberalismo (il cosiddetto Lib Lab) erano alcune delle tante intuizioni di socialisti che volevano contaminarsi e non accettavano più i vecchi schemi e le barriere dei decenni precedenti. Anzi, riscoprendo Rosselli e non solo Turati, il Psi divenne un partito liberalsocialista che voleva anticipare, con risposte nuove, i grandi mutamenti della società italiana, dell’Europa e dle mondo. Tutto questo non può essere oggi ridotto ad un generico richiamo al socialismo pre-craxiano, come se bastasse una parola per affrontare i tanti mutamenti dei nostri tempi. Una parola che si rinchiude inevitabilmente in un nuovo dogma e che guarda a tutti i revisionismi con indifferenza quando non con aperta ostilità. Noi non siamo mai stati conservatori, gelosi custodi di una vecchia ortodossia come siamo apparsi in questi mesi, ma avanzati revisionisti capaci più di altri di anticipare la risposta ai problemi sociali e civili.

Il nostro tempo non è più caratterizzato dall’adesione di massa alle vecchie identità politiche. Quella comunista è scomparsa prima dal simbolo elettorale della sinistra estrema e poi dal Parlamento, quella democristiana è apparsa in disuso, alla luce del non soddisfacente risultato di Casini e della sua Udc, che ha salvato la pelle, ma non la sua funzione politica. Piccole identità elettorali liberali e repubblicane, o sono state ignorate o sono state deposte in soffitta. Si potrà affermare che negli latri Paesi europei non è stato così, che là restano forze politiche che si richiamano esplicitamente ai valori socialisti e popolari o conservatori. Questo è vero, ma l’Italia ha conosciuto prima di altri Paesi e i modo più massiccio la nascita e lo sviluppo di un movimento territoriale di contestazione al sistema dei partiti tradizionali e poi, contrariamente agli altri paesi europei, ha subito il turbine della rivoluzione giudiziaria e il crollo del vecchio sistema politico, la discesa in campo di un imprenditore di successo che ha contrapposto, almeno per un periodo di tempo, il suo conflitto evidente d’interessi al grave conflitto democratico tra potere giudiziario e potere politico. Certo quella fase è chiusa, ma il sistema sopravvive a se stesso. Chi votava per Berlusconi affermando che era un voto in prestito in attesa del ritorno alla normalità politica e ai partiti identitari, oggi vota Berlusconi ritenendo inutili i partiti identitari. E questo avviene, come è stato precedentemnete richiamato, anche e soprattutto alla luce di un sistema elettorale che induce l’elettore e scegliere tra due poli o coalizioni o minicoalizioni.

I caratteri del nostro sistema politico ed elettorale

Non esiste solo una “questione socialista” irrisolta in Italia, esiste una “questione democratica”. Oggi ancor più di ieri. Leggi elettorali che prevedono la nomina dei rappresentanti del popolo, senza che il popolo possa sceglierli, con Camere nominate nei salotti privati di due persone o poco più, partiti che o sono inesistenti o sono antidemocratici, dove le decisioni vengono prese dai rispettivi Principi, proclamati senza elezioni e congressi, un sistema dell’informazione in mano a pochissime persone, una delle quali alle presidenza del Consiglio, che ha storicamente combattuto il monopolio dell’informazione giornalistica del duo De Benedetti-Scalfari, e che oggi prospetta analogo bipolarismo nello scenario politico, lo suggerisce o lo interpreta direttamente, un sistema radiotelevisivo fortemente lottizzato e discriminatorio come si è potuto registrare in occasione delle recenti consultazioni elettorali, una sistema finanziario che espropria i cittadini di conoscenze e di controlli.

I socialisti hanno combattuto una battaglia identitaria senza capire la natura del nostro sistema politico-elettorale. Già col sistema elettorale definito Mattarellum (uninominale maggioritario e quota proporzionale con sbarramento al 4%) i partiti erano destinati a coalizzarsi sul voto uninominale e a presentarsi da soli sul proporzionale. In quest’ultimo caso, però, era implicitamente sconsigliabile il voto, che andava perso, per i partiti minori con scarse probabilità di andare oltre l’asticella prevista. Con il nuovo sistema proporzionale, con sbarramento al 4% per le liste non coalizzate e al 2% per le liste coalizzate, e con recupero sotto il 2% per una lista in ogni coalizione, il tema è il premio di maggioranza. Intanto va sottolineata l’anomalia di un sistema che mette insieme sbarramento e premio di maggioranza, in quanto entrambi sono funzionali allo stesso obiettivo: togliere ai piccoli per dare ai grandi. E per di più il premio di maggioranza produce un orientamento di stampo americano teso alla riduzione a due dei contendenti. Tutto il resto risulta inutile e fuorviante. E per i piccoli partiti alla certezza del “voto inutile” ai fini del governo del Paese si aggiunge quello dell’alta probabilità del “voto perso” ai fini della rappresentanza parlamentare. Le forze non apparentate devono infatti su superare uno sbarramento doppio rispetto a quello delle forze apparentate. Non è un caso che in occasione delle penultime elezioni si siano presentate due coalizioni di partiti che ambivano al premio di maggioranza, senza terzi incomodi. In esse i partiti minori non incarnavano nessuno dei due rischi prima richiamati. Stavolta la riforma “de facto” Berlusconi-Veltroni (quella di diritto non è riuscita per la crisi di Mastella e la fine anticipata della legislatura) ha stravolto lo spirito della legge. Ha surrettiziamente introdotto per la prima volta l’istituto del rifiuto dell’apparentamento (istituto mai sperimentato in passato) così da concepire un’autorità col compito di porre sugli altari o nella cenere le altre forze politiche. Quelle che hanno ottenuto il cartellino verde hanno così evitato il duplice rischio (pericolo del voto inutile e pericolo del voto perso) e sono risultate le vere trionfatrici della battaglia elettorale. Probabilmente la Lega non avrebbe corso ugualmente il pericolo del voto perso, ma certamente sarebbe stata portatrice di voto inutile, mentre Di Pietro sarebbe stato con ogni probabilità oggetto di entrambe le prerogative. Oggi ha 48 parlamentari, con ogni probabilità, senza apparentamento, non ne avrebbe ottenuto alcuno. Così, a fronte dell’abuso dell’istituzione del candidato premier, che non esiste né sotto la forma dell’elezione diretta, né sotto quella della semplice indicazione, nella Costituzione italiana (tanto che tutte le liste sono costrette a scrivere il nome del leader nel simbolo elettorale) si è aggiunta questa assurda e discriminatoria questione dell’esame d’ammissione all’apparentamento da parte del partito più forte, stravolgendo lo spirito della legge elettorale che invece era proiettata a incoraggiare gli apparentamenti, tanto da agevolarli con i diversi e più vantaggiosi sbarramenti elettorali per i partiti coalizzati. Sia le vittime sia i carnefici, sia i salvatori sia miracolati devono oggi trovare il modo, in questo Parlamento, di superare questo assurdo e incongruente sistema politico elettorale e di disegnare un nuovo modello di democrazia politica. Il sistema elettorale è peraltro frutto di un nuovo modello di partito politico, e ad esso inevitabilmente intrecciato, fondato sulla cooptazione dei gruppi dirigenti e dunque dei parlamentari, sulla eliminazione delle sedi di confronto e di dissenso: fine delle sezioni, degli apparati, forse, tra un po’, anche degli iscritti, forme plebiscitarie per la scelta del capo, rifiuto delle primarie per la selezione dei gruppi dirigenti e dei candidati. Davvero meraviglioso. E’ in questa situazione che ha buon gioco la cosiddetta anti-politica. Mai nella storia democratica d’Italia s’è avvertita così poca incidenza del cittadino nelle scelte delle persone da eleggere nelle istituzioni (pensiamo anche agli assessori scelti personalmente dai sindaci, e dai presidenti di provincia e di regioni, alle nomine negli enti di secondo grado sottratte ai Consigli). La democrazia non è in crisi, per molti versi non c’è. E nostro obiettivo primario è promuovere una nuova sensibilità all’argomento e la nascita di un grande progetto di riforma democratica della politica che metta insieme: la riforma della Costituzione, una nuova legge elettorale, nuove forme di democrazia politica nei partiti. Con coerenza, non in modo subdolo, dopo un’ampia consultazione dei cittadini, non in modo oligarchico da parte delle vecchie e nuove nomenclature politiche. Si scelga un modello e i modelli oggi fronte a noi si possono sostanzialmente ridurre a due: quello presidenziale, con variabile americana e francese, o quello parlamentare, compresa la forma del cancellierato tedesco. Col primo sistema si vota il governo e dunque è giusto il voto con sistema maggioritario e uninominale a un turno come in America o a due turni come in Francia. Con l’altro si vota il Parlamento e allora bisogna pensare a un modello proporzionale di tipo tedesco o spagnolo, magari con sbarramento, ma senza premio di maggioranza, perchè le maggioranze si formano appunto dopo il voto nelle sedi competenti. In Italia abbiano una legge proporzionale, sia con sbarramento che con premio di maggioranza, ma con liste bloccate e formate dai capi partito, una subdola indicazione anticostituzionale del premier, una forma di apparentamento che la legge agevola e che i due grandi partiti, fondati non sulla democrazia politica, ma sulla logica plebiscitaria (che si tratti di predellini e o di gazebo poco importa) invece negano o concedono a piacimento e dopo esame di ammissione. Il massimo delle contraddizioni nel più assurdo e antidemocratico dei modelli.

Il governo Berlusconi, i nuovi poteri economici e finanziari ed una moderna forza riformista e liberale

Romano Prodi sconfitto ha passato il testimone al vincitore Silvio Berlusconi che ha varato il nuovo governo. Oramai è il Berlusconi IV della breve storia della cosiddetta Seconda repubblica. In effetti, rispetto agli altri esecutivi da lui presieduti, presenta grandi novità dal punto di vista della delegazione ministeriale. Ci sono ben quattro ministri che una volta hanno militato nell’ex Psi. Tremonti è ministro dell’Economia, Frattini degli Esteri, Sacconi del Welfare, Brunetta dell’Innovazione tecnologica. E Cicchitto è presidente del gruppo parlamentare del Pdl. Con la massiccia partecipazione nell’esecutivo di ex socialisti, il Presidente del consiglio ha voluto bilanciare la presenza della destra An e della Lega. A suo parere, il Pdl ha così il suo baricentro stabile. Nello stesso tempo, ha voluto dare una forte carica di modernizzazione alla sua iniziativa governativa. Così potrebbe anche essere letta, in effetti, l’operazione; tuttavia, le chiavi possono essere tante tra cui quella, in particolare, che Belusconi ha preferito i ministri provenienti da quell’area politica, perché più innovativi e più affidabili, anziché i soliti ex democristiani maneggioni della spesa pubblica e infedeli sotto l’aspetto politico. Berlusconi ha fatto quello che non hanno fatto i Presidenti delle coalizioni di centrosinistra, sempre dominate da spirito antisocialista. Sia la ex sinistra Dc sia gli ex Pci sono, alla prova dei fatti, portatori di una politica conservatrice, conflittuale con la cultura innovatrice del socialismo riformista. La diatriba tra Berlinguer e Craxi non verteva anche su questo terreno specifico?

In ultima analisi, le considerazioni sull’operazione Berlusconi non significano per nulla l’avallo alla sua politica governativa, che sarà giudicata per come opererà.

Inoltre, c’è da aspettarsi un rapporto diverso del governo Berlusconi con le organizzazioni sindacali e con i poteri forti economici. Proprio da questo versante, in cui operano i ministri ex Psi, potrebbe arrivare un “attacco riformista” nei confronti del Partito socialista e sarebbe mortale, se non ci attrezzassimo seriamente per ogni evenienza. Non solo. Anche il Pd potrebbe essere sotto attacco, in particolare la sua componente più avanzata sul terreno dell’innovazione. Perciò, bisogna tenere la botta e passare al contrattacco. Si tratta di recuperare, come Ps, il patrimonio di idee e di elaborazione prodotto, di aggiornarlo e di riproporre un metodo di lavoro e di ragionamento in cui radici diverse possano essere verificate in riferimento ai problemi concreti della governance. Per questo, ad esempio, lasceremmo perdere il “laicismo”, perché esso impedirebbe, di fatto, il raggiungimento di una base di dialogo con il mondo cattolico, così come tutte le posizioni massimaliste ed estremistiche, che determinano integralismi e settarismi che ritardano i processi evolutivi, emancipativi e dialettici. Con il governo Berlusconi, ci si aspetta, vero o no, grandi cambiamenti in molti settori, in particolar modo nell’economia.

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A proposito, il capitalismo italiano subirà, o, meglio dire, ha subito una grande metamorfosi. Cosa certa è che gli equilibri di potere sono cambiati con lo spostamento dell’asse dal centrosinistra al centrodestra. Sono lontani gli anni in cui la Fiat dettava legge nel “salotto buono” del capitalismo italiano. Allora, la Fininvest correva il rischio di chiudere, mentre oggi la famiglia Berlusconi ha preso il posto della famiglia Agnelli. Milano docet. Un tempo era invece Torino. Nei gangli vitali della finanza e delle assicurazioni, Mediobanca e Generali, è presente come azionista. Per non parlare degli interessi attorno a Mediaset e alle tre reti televisive. Inoltre, ci sono i rapporti politici, oltre che umani, con Bush e con Putin. Il che significa, piaccia o no, affari che contano sul serio.

Fatto sta che i vecchi equilibri si sono sciolti come neve al sole e i nuovi si stanno consolidando proprio attorno a Berlusconi. Sembra quasi paradossale che la sinistra post-comunista e prodi-dossettiana, nel giro di una campagna elettorale, abbia perso il suo potere. A dire il vero, stando al governo si sono inimicati gli amici e gli alleati del mondo economico, i quali non aspettavano altro che spostarsi sulle posizioni di Berlusconi e di Tremonti. L’ultimo passaggio è stato quello della Confindustria di Emma Marcegaglia, dove c’è poca Fiat e pochissimo Luca Cordero di Montezemolo ( altrimenti avrebbe vinto Alberto Bombassei) e molta impresa manifatturiera italiana, del Nord ovest e del Nord est soprattutto. Un vero e proprio “disincanto rispetto alla gestione prudente delle realtà patrimoniali e all’attenzione al mondo delle medie aziende, forma di produzione non adattabile solo alla moda e ai ricordi della “Milano da bere”. In questo caso sono stati gli stessi investitori esteri che hanno difeso un modello italiano da valorizzare, non da piegare a logiche estere. La battaglia in Mediobanca, quella in Generali e nella stessa Telecom, vanno inquadrate in questa prospettiva, tenendo conto di una realtà sociale ed economica che non aveva più nulla a che vedere con il passato del capitalismo italiano e dei vecchi equilibri di potere”.

Infine, un ripensamento c’è stato anche nel mondo della grande finanza, colpevoli i “democratici” allineati su dirigismi statalisti e, nello stesso tempo, artefici della politica a favore dei subprime e dei derivati finanziari. Tutto è cambiato nel capitalismo, giacché è cambiato l’elettorato italiano che ha portato al potere gli sconfitti della storia: ex comunisti ed ex fascisti. Gli elettori hanno voluto infliggere una sconfitta ai democratici, quelli che hanno fondato uno Stato liberal democratico e ricostruito il paese Italia. Ma i vincitori della cosiddetta Seconda repubblica, hanno dovuto lasciare il passo ad un uomo che ha considerato la politica come una specie di arma per difendersi dagli assalti della magistratura. La metafora Berlusconi inizia da qui, da questa difesa. La vicenda italiana è strana: un imprenditore alle prese con le banche, che gli chiedevano il rientro nel periodo di Tangentopoli e per di più, colpito da numerosissime inchieste giudiziarie, è capo di Governo tra i più potenti della Terra. Gli italiani sono consapevoli del suo conflitto di interessi, ma lo votano lo stesso, dandogli in ogni tornata elettorale più consenso.

Questa è la realtà italiana, considerata, per la sua peculiarità politica, un laboratorio. Non è la prima volta che questo accade, già negli anni Venti produsse il Fascismo. Sia ben chiaro, lungi da noi che Forza Italia prima e il Pdl poi, siano un ritorno al passato. Anzi. Anche perché, il laboratorio ha prodotto “mostri” partitici a destra come a sinistra. In effetti, che cos’è il Pd di Veltroni? Partito delle primarie con un candidato che si sa già in partenza che vince, partito liquido, partito del gazebo, partito di un uomo solo al comando che decide nel bene e nel male, per conto proprio e in solitudine. Questa è l’Italia del XXI secolo, dove c’è di tutto e il contrario di tutto. Riuscirà mai a trovare la giusta via? Questo è il problema.

A noi socialisti non resta che aspettare la nuova alba, quella in cui spunti il “Sol dell’avvenire”. Sappiamo che bisogna aspettare per molto, intanto, noi ce l’ha mettiamo tutta nell’attesa. Di fronte a questo quadro, l’Italia ha ancora bisogno dei socialisti e del Partito socialista. La storia del Novecento ce lo insegna.

14 Risposte a “Canovaccio per una mozione congressuale”


  1. 1 ff 16 Maggio 2008 alle 10:14 pm

    ma pisauo l’ intellettuale che scrive si blog è quello che a Roma ha preso 25 voti????poveri noi ecco che cosa è la costituente

  2. 2 giaime 16 Maggio 2008 alle 10:41 pm

    ma scrivere in italiano la prossima volta, no?

  3. 3 Francesco Gennaro 16 Maggio 2008 alle 11:03 pm

    Giaime, alcuni personaggi, a furia di parlare sempre di socialismo in Europa, Zapatero e quant’altro, hanno perso lo smalto con l’italiano…
    Personalmente, meglio un giorno da Pisauro, ke 100 da “ff”…tanto ormai nick coperti o confusi sappiamo ke sono sempre i soliti noti…
    Intanto, Andrea Pisauro, al di là della competenza e della bravura oggettiva che tutti gli riconoscono, quando entra nel blog si firma. Quindi ha la sua dignità e lealtà da vendere, a differenza di qualcun altro!|

  4. 4 Andrea Plex Pisauro 17 Maggio 2008 alle 4:55 pm

    caro FF, a dir la verità di voti ne ho ricevuti 23. Pertanto sono assolutamente d’accordo con te, sono molto meglio come intellettuale. D’altronde lo stesso si può dire di tutta la lista socialista di Roma, dove anche chi ha speso cifre importanti, io ad esempio non ho speso un centesimo essendomi candidato solo per coprire un buco (e se chiedi ad autorevoli esponenti FGS potranno confermartelo), non è andato oltre i 350 voti. Ad ogni modo ti garantisco che non penso proprio di ricandirarmi a nulla da nessuna parte per parecchio tempo. Spero che questo ti permetta di passare pomeriggi più sereni e notti più riposanti…

  5. 5 Andrea Natalini 17 Maggio 2008 alle 8:29 pm

    Quanto odio queste persone che non si firmano, mentre altri mettono il nome e la faccia. Questo è il brutto dei blog…se vuoi intervenire metti nome e cognome per favore. Cmq abbiamo riempito il buco in queste elezioni, ha ragione Andrea. Soprattutto sia andati allo sbaraglio senza una guida, in balia di personalismi. Speriamo che in futuro i ragazzi almeno siano più uniti in nome del socialismo.

  6. 6 lirico 17 Maggio 2008 alle 10:32 pm

    speriamo che nel futuro ci sia un socialismo..

  7. 7 Elisa 18 Maggio 2008 alle 12:35 am

    …speriamo ke in futuro ci siano ragazzi…

  8. 8 Alvise 18 Maggio 2008 alle 2:10 am

    speriamo che ci sia Gennaro….ahahahhahahaha

  9. 9 Francesco Gennaro 18 Maggio 2008 alle 8:49 am

    Grazie Alvi, intanto, perdona la volgarità, procedo con la “toccatina di rito”…

  10. 10 " " 18 Maggio 2008 alle 12:15 pm

    Non mi firmo quindi questa volta taccio.

  11. 11 lorusso giovane socialista bari 19 Maggio 2008 alle 12:38 am

    Subito dopo l’estate o subito dopo il congresso,si dovrà necessariamente fare un congresso della giovanile unitario…fgs,circoli del garofano e chiara Lucacchioni:considerando che Cuffoletti non è interessato,ed altri sinceramente rappresentano se stessi la cosa sarà fattibile

  12. 12 Elisa 19 Maggio 2008 alle 5:23 am

    Avrà ancora senso una giovanile in un partito dello 0,9%?
    Pensiamo prima al Congresso, se mai fi farà.

  13. 13 Francesco Gennaro 19 Maggio 2008 alle 7:28 am

    mi fa piacere l’apertura di non belligeranza di Lorusso. Però mi accodo ad Elisa. Forse dovremmo intanto concentrarci sulla fattibilità e sulle sorti del congresso. Poi se riusciremo a superare questa fase difficilissima e rilanciare nell’immediato un qualcosa di utile, certamente occorrerà ragionare tutti assieme ed in maniera unitaria sulla funzione e sulle modalità di una giovanile. Qualora riusciremmo ad attribuirgliene del senso. Io spererei invece che il nuovo corso farà leva organicamente sul nostro importante contributo. Un apporto di dinamismo e di idee. Auguriamoci, intanto di sopravvivere a questo rullo compressore congressuale… poi sono certo ke ripartiremo!

  14. 14 Andrea Natalini 21 Maggio 2008 alle 8:31 am

    Ragazzi io ho 23 anni e sinceramente ho voglia di una giovanile nuova…non so se altri ragazzi ormai sono diventati dirigenti o cosa per una giovanile, ma io non lo sono. Io sono per una giovanile nuova e unitaria, posso anche non entrarci, ma serve necessariamente per avere una base di incontro tra giovani. Una giovanile dinamica (come dice Gennaro), serve per influenzare meglio l’indirizzo del partito che pensa solo ad una certa fascia di età in poi. La giovanile serve anche per rientrare nei luoghi scolastici a lungo lasciati in mano alla sinistra alternativa. Oggi sentirmi dire “se sei di sinistra, sei comunista”, no non ci sto! Basta così!

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