Cambiare o perire

di Biagio Marzo

Si fa presto a dire Congresso. Soprattutto quando il Partito socialista è uscito con le ossa rotte dalle elezioni politiche.

Il suo gruppo dirigente, invece di evitare di sfarfalleggiare sulle manovre congressuali e su quale gruppo esprimerà il prossimo segretario, si attarda sulla via della disfatta senza andare verso la svolta. Il suo comportamento non dà, insomma, segni di responsabilità di fronte alla gravità della crisi che potrebbe essere irreversibile. Con questi chiari di luna c’è poco da stare allegri, a seguito delle sconfitte elettorali della sinistra di governo in Europa. Per ricostruire il Partito socialista bisogna porsi, prima, la domanda se in Italia è attuale la questione socialista. Ancora. C’è la sinistra in Europa? Anche dopo i successi elettorali della destra in Francia, in Italia e in Gran Bretagna? Per contro, c’è la Spagna di Zapatero. È l’ultimo ridotto del socialismo? Una coincidenza fortuita? O il Piave del socialismo?

Il Congresso nazionale dei prossimi 20, 21 e 22 giugno a Fiuggi, a queste domande dovrà dare una risposta. Questa è la prima condizione da cui partire se vogliamo riprendere o meno la marcia di ricostruzione del Ps, dopo la Caporetto del 15 aprile. La seconda condizione è la costruzione di un gruppo dirigente unitario a misura della crisi che sposi l’autonomia socialista, senza che si impicci di alleanze fino alle elezioni europee. Il buon senso ci porta a dire che non è tempo di prendere iniziative azzardate verso il Partito democratico, e men che meno verso le formazioni di sinistra che si erano assemblate sotto l’Arcobaleno. Il primo ha un destino incerto e le seconde, viceversa, se lo sono giocato. Epperò, va lasciato, in periferia, ai dirigenti locali la possibilità di avere mani libere, come ogni buon bucaniere dei mari dei Caraibi, scegliendo l’alleanza per vincere.

Il rischio che si corre, con il Congresso, è che all’interno del Ps si apra una dialettica tra le diverse componenti, i cui interessi non univoci darebbero la stura a una Babele, senza possibilità di trovare una sintesi. Per un partito ridotto a una manciata di voti, ciò sarebbe l’inizio della fine. Tuttavia, svolgere la prossima Assise nazionale separati in casa, con la presentazione di più mozioni, non sarebbe la fine del mondo, ma nemmeno si offrirebbe una bella immagine all’esterno. Un partito in condizioni pietose, che punti al rilancio della questione socialista, in un Paese in cui si fa di tutto per seppellirla, dovrebbe presentarsi unito e compatto. Lo zigzagare, tra rosapugnismo, massimalismo, liberalismo, democraticismo e opportunismo, sarebbe letto nella chiave del si salvi chi può. Sarebbero i soliti Fregoli di carriera o di complemento o, se si preferisce, i soliti voltagabbana, marpioni e tromboni che, dopo aver militato nel Partito socialista italiano e, un tempo, nei suoi surrogati di destra e di sinistra, ora scoprono che l’idea socialista è una sorta di reperto archeologico. Costoro sono tanti, noti e meno noti. Esempi, quindi, se ne potrebbero fare parecchi, ma per carità di patria è meglio lasciar perdere.

L’ultima condizione è la costruzione del Ps legato alla tradizione del riformismo italiano e radicato nella società reale. Per questo motivo, si deve dotare di un gruppo dirigente che faccia proprio i problemi della gente in carne e ossa. Non un partito con una finestra sul cortile in cui c’è uno sparuto gruppo sociale, ma un partito con una finestra che guarda il mondo abitato da milioni di uomini e donne che vogliono vivere in un Paese degno di questo nome.

A nostro parere, c’è una forte domanda di socialismo di fronte alla crisi dell’economia globale il cui risultato, come molti credevano, non ha portato alla diminuzione degli squilibri socio-economici, semmai li ha aggravati vieppiù. Solo e soltanto ai tempi della presidenza del Consiglio di Bettino Craxi si fece una riforma economica che fece storia. Sconfisse, con il taglio di tre punti della scala mobile, l’inflazione a due cifre di modello sudamericano, dopodiché ci fu un periodo di crescita. Di lì, iniziò l’abbrivio che portò l’Italia a sedersi nel G7 tra i grandi della Terra. Senza quell’atto riformista, il Belpaese sarebbe finito dritto dritto nel cul de sac della “austerità” berlingueriana, che, certamente, avrebbe portato lacrime e sangue e depressione psichica. Gli italiani, d’altro canto, non avrebbero avuto in tasca un soldo bucato e, di conseguenza, non avrebbero avuto nemmeno la possibilità di curarsi da un psichiatra. Si vide con il referendum che gli italiani, viceversa, avevano la voglia di vivere, ragion per cui, voltarono le spalle al comunismo di Enrico Berlinguer a favore del socialismo riformista di Bettino Craxi.

Tuttavia, la mancanza di un Partito socialista si sente in Italia, dove conta, amaramente, lo 0,9%. I provvedimenti legislativi e la qualità di governo risentono di tale assenza, per la natura del suo riformismo, difficilmente sopperibile. Epperò, i riformisti e i massimalisti sono stati spazzati dal Parlamento per via del “voto utile”, caldeggiato, contemporaneamente, dal Pdl di Berlusconi e dal Pd di Veltroni. Il voto utile è stato una sorta di grimaldello che ha aperto alla razionalizzazione del sistema politico-partitico. Il passaggio dal bipolarismo bastardo al bipartitismo imperfetto ha travolto il Ps, miope e nello stesso tempo incurante del processo che si era avviato, senza alcun provvedimento approvato dal Parlamento. In Italia, succede questo e altro e non c’è da compiacersi. I grandi cambiamenti, nel bene e nel male, sono avvenuti scavalcando le regole del gioco democratico. La caduta della Prima Repubblica è avvenuta per via giudiziaria e non per quella elettorale, per esempio.

Di fronte a questo quadro, il Ps puntava sull’apparentamento con il Pd, non tenendo conto che Veltroni puntava sia a dare una vocazione maggioritaria al suo partito, sia a essere il leader dell’unico partito riformista, non concedendo ad altri di presentarsi con tale carta di identità. E poi, se veramente il Ps ricercava l’apparentamento non era il caso di attaccarlo direttamente e, nello stesso tempo, di mettere in ridicolo il suo partito con battute fuori luogo, da Ambra Jovinelli. A ben vedere, è stato ostile a Veltroni come è stato benevolo a Prodi. Insomma, il gruppo dirigente socialista ha dimostrato di non essere attrezzato al nuovo processo che si stava realizzando in modo soft.

Alla luce dei fatti, il Ps è fuori del Parlamento. Per la cronaca, nella sua storia più che centenaria, i socialisti sono stati una forza extraparlamentare per ben due volte: la prima, negli anni Venti, diciamo così, per forza, con l’avvento del Fascismo, e la seconda volta, nel 2008, con la compiacenza dell’elettorato. Il vento di destra ha spazzato via, con un sol soffio, la sinistra riformista e quella massimalista. Recita una poesia giapponese che il “vento non sa leggere”, in special modo quello politico, a nostro avviso. Il Ps non sarebbe stato sradicato dal Parlamento da alcun vento, se avesse avuto una linea politica. Giacché non l’ha avuta, c’è poco da lamentarsi contro il destino cinico e baro. Piaccia o no, le massime responsabilità ricadono sul gruppo dirigente che ha guidato la Costituente.

Alcuni dirigenti socialisti, a fallimento consumato, teorizzano che riformisti e massimalisti possano allearsi. Una operazione contro natura. Semmai, deve piuttosto avviarsi quella secondo natura, che i massimalisti cambino pelle, vestendo i panni riformisti. Solo gli stolti non vogliono capire che Romano Prodi è scivolato sulla buccia di banana massimalista. Senz’altro nel 1998; nel 2008, la sinistra comunista ha fatto di tutto per mettergli il bastone tra le ruote fino al punto di portarlo allo sfinimento. Beninteso, furono Mastella e Dini a dargli il colpo mortale.

I dirigenti socialisti parlano poco del cambiamento politico, dell’innovazione programmatica e del rinnovamento del partito, presi come sono del disegnare organigrammi. Di che? Dio solo lo sa. Cambiare o perire. Questo è il problema. Pietro Nenni lo risolse positivamente allora, speriamo che, adesso, noi ce la caviamo.

2 Risposte a “Cambiare o perire”


  1. 1 Marcello Durante 6 Maggio 2008 alle 11:09 am

    Cambiare per vivere. Se è l’unica soluzione intelligente, bisogna tenerla in considerazione. Se qualcuno non è d’accordo vuol dire che preferisce fare il martire e veder morire un sogno, una bandiera, una lotta lunga una vita.

  2. 2 ELIO DANZA 6 Maggio 2008 alle 2:57 pm

    Celebriamola questa strana liturgia masochistica! Chiamiamola congresso, facciamo finta che non sia successo niente, il mondo non è cambiato, la prima Repubblica è ancora in auge, il PSI è ancora riferimento europeo del riformismo. Perseveriamo nel discutere di sesso degli Angeli, facciamo finta che i bersaglieri non siano entrati da Porta Pia, che i lavoratori del nord non si riconoscano nella lega, che i disoccupati del sud non preferiscano sognare tra le celophanate braccia del Cavaliere, che il sogno americano di Veltroni,apena nato, non si sia già uno sbiadito film di quart’ordine. Soprattutto, celebriamo questa grottesca passerella di zombi desiderosi di cibarsi di potere per convincere se stessi di essere ancora in vita. Facciamoli banchettare ancora una volta con i resti ormai in putrefazione di quello che fù il partito dei lavoratori, della libertà, del riformismo. Lasciamo che si contendano le ultime briciole, di una torta rancida come loro, guardandosi in cagnesco. Neanche il senso del ridicolo hanno queste inutili cariatidi. Un partito ridotto al lumicino, un patrimonio immenso dilapidato dalla assoluta mancanza di idee di un gruppo dirigente che, in altra epoca, non avrebbe avuto l’onore della terza o quarta linea e che tenta di restare abbarbicato ai brandelli del potere. E vogliono fare un congresso con le mozioni! Dividi et impera il loro motto; Neanche il dramma di questo partito ridotto alle dimensioni di una bocciofila di periferia li porta a capire che l’unità è il primo intervento di emergenza per non celebrare insieme al congresso, il funerale di questo partito. Eppure qualcuno ci crede ancora, e sia chiaro non daremo agli zombi la soddisfazione di un’ ennesima scissione, hic stabimus optime, è la nostra casa, la difenderemo con le unghia e con i denti, la difenderemo facendo sentire la nostra voce in tutti i modi. La difenderemo tornando nelle sezioni, riorganizzando la periferia, la difenderemo senza lacci e lacciuoli, facendo politiche locali che vadano incontro ai problemi della gente e non alle gabbie di uno schematismo superato nei fatti prima ancora che dalla storia. Non abbiamo bisogno dell’apparentamento con alcuno. Nè di quello con il PD, nè di quello con il massimalismo per avere la patente di partito di sinistra. E’ questa una visione di Demartiniana memoria già vecchia negli anni sessanta e settanta. La sinistra democratica e riformista siamo noi! Si è a sinistra quando si fanno politiche di sinistra, non quando si ricercano alleanze strane. In periferia non permetteremo a nessuno di decidere sulla base di formule. Mai più! Anche se qualcuno vive nel passato, il mondo è cambiato e nostro dovere di Socialisti è quello di interpretare i bisogni della gente garantendo la libertà nella giustizia sociale parlando un linguaggio moderno e comprensibile dalla mutata società

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