
di Biagio Marzo
Sotto il cielo della politica italiana c’è, tanto per cambiare, grande confusione:dalla monnezza napoletana alla proposta, pardon, alle proposte di riforma elettorale. Due facce della medesima medaglia; nel senso che sono il segno tangibile che a Roma come a Napoli c’è un deficit di democrazia governante. Al momento non è di questo che ci importa parlare, ma piuttosto delle proposte di riforma elettorale a go go: dal Bianco al Vassallo, dal tedesco al francese, nell’ultima versione Franceschini. Dietro l’angolo, in agguato, c’è il referendum, nel caso in cui i partiti non trovino l’intesa sulla riforma elettorale. Una vera e propria babele, lo specchio del Paese.
Subito dopo aver fatto parlare il suo vice Franceschini, Veltroni precisa che, da sempre, è per il modello francese: doppio turno e sistema semipresidenziale. Anticipandolo di qualche giorno sul, Enrico Boselli afferma di preferire il sistema semipresidenziale francese al quale da trent’anni i socialisti sono favorevoli. Al che, Rino Formica lo segue a ruota e mette in evidenza “la crisi dello Stato unitario e l’esaurirsi della repubblica parlamentare e l’affermarsi di un bisogno di repubblica presidenziale”. Boselli e Formica seguono così, in modo lineare, quell’impostazione culturale tenuta all’interno del Psi ai tempi di Craxi sulla democrazia presidenziale, sebbene alla luce dei nuovi fattori di crisi.
Una delle peculiarità della Francia risiede nella sua organizzazione politico-istituzionale che è basata su un regime particolare chiamato semipresidenzialismo, per la sua combinazione di elementi tanto del parlamentarismo quanto del presidenzialismo. Invece, per quanto riguarda il sistema elettorale vige il maggioritario a doppio turno di collegio e tutte le forze politiche possono presentarsi al primo turno. Il loro candidato viene eletto al primo turno se consegue la maggioranza assoluta dei voti. Altrimenti si passa al ballottaggio tra i candidati che hanno superato la soglia del 12,5% dei voti( non è detto che non possono essere più di due); se un solo candidato supera la soglia dei voti, accede al ballottaggio il secondo candidato meglio piazzato. Il sistema favorisce gli accordi tra le forze politiche in vista del doppio turno: i partiti possono indurre i propri candidati a non partecipare al ballottaggio per favorire i candidati di altri partiti con i quali sono stati presi accordi in vista di una maggioranza pluripartitica in Parlamento. Siamo, cioè, a quella che si chiama desistenza. Vado a spiegarmi: prima del primo turno vi sono accordi nazionali, sia a destra che a sinistra, sulla distribuzione territoriale delle candidature, che mirano a distribuire le forze sui collegi secondo i principi dell’equilibrio politico interno di partito e/o di coalizione. Dunque, i partiti hanno un potere di decidere la elezione di un candidato senza tener conto della volontà degli elettori.
Per portare in porto la proposta Veltroni, quanto quella socialista, occorre riscrivere la Carta costituzionale dall’a alla z. Un lavoro che con questi chiari di luna è difficilmente possibile. Non si riescono a fare le piccole cose, figurarsi le grandi. Eppoi, perché cercare un modello che non possiede un ottimo stato di salute, di là da come è visto dai “francofoni”. Siamo proprio convinti che, in Italia, la cosiddetta “coabitazione” alla francese(ossia la compatibilità di un presidente della Repubblica di un colore politico con un governo espresso dallo schieramento politico opposto. Ciò non potrebbe essere fonte di guai, se le due istituzioni portassero avanti la tattica dell’immobilismo per far sì che l’una non avvantaggiasse l’altra? Comunque sia, sarebbe una sorta di doroteismo in salsa francese) sarebbe l’antidoto ai mali italiani e, nel contempo, assicurerebbe stabilità e governabilità?
In Italia, è Bettino Craxi che per primo lancia la proposta della elezione diretta del presidente della repubblica sul modello francese. Giammai, però, sceglie questo modello sul quale fare l’ultima battaglia. Veltronianiamente parlando, non arriva mai a fare l’ultimo miglio e resta in mezzo al guado, cioè incerto tra il presidenziale americano e il semi presidenziale alla francese. E giammai accetta il sistema di voto adottato Oltralpe.
Al 46° Congresso di Bari, 1991, l’ultimo della storia del Psi, fa capolino, per la prima volta, in modo più sostenuto, il modello presidenziale americano, ma è una proposta, del resto come quella sul sistema francese, che lascia il tempo che trova, avendo forti ostilità, da un lato, la Dc, dall’altro, il Pci-Pds. Ne consegue che Craxì è sotto il fuoco incrociato dell’alleato di governo e del principale partito di opposizione. E, guarda caso, lo attaccano duramente per la sua proposta di stampo gollista.
Un dibattito, quello, legato alla Grande riforma che scatena una polemica al calor bianco, dato che prevede la riscrittura della Carta costituzionale. A favore della irriformabilità della Costituzione sono in molti e chi ricava profitto è Oscar Luigi Scalfaro. A dire il vero, proprio perché si presenta come un “lealista” non doveva essere sponsorizzato dal Psi per il Quirinale. A ben pensarci, quella elezione fu un errore capitale pagato caramente dal Psi, per le note vicende. Anche Marco Pannella ha le sue colpe, visto che contribuì alla elezione.
Con il senno del poi, bisogna dare ragione al presidente Cossiga, perché è quello che vide Scalfaro come il bastian contrario. E’ proprio costui è quello che a Montecitorio prende posizione contro il messaggio alle Camere dello stesso Cossiga, “sulle riforme istituzionali e sulle procedure idonee a realizzarle” (26 giugno 1991). Il torto dei socialisti è che lasciarono solo Cossiga, loro vero alleato in quel momento, per appoggiare Scalfaro.
I dirigenti socialisti, comunque, sanno che fu il Psi di Craxi a lanciare la repubblica presidenziale, senza scegliere il sistema su cui attestarsi. Del resto, il Partito non si pronunciò mai sul sistema elettorale, essendo convinto proporzionalista.
Di questo e di altro Giuliano Amato potrebbe raccontare parecchio, of course.
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